Città e azione pubblica al tempo delle piattaforme

di Marco Marrone

L’obiettivo di questo breve contributo è quello di introdurre il concetto di azione pubblica come armamentario concettuale fondamentale per poter immaginare una resistenza non solo all’azione estrattiva delle piattaforme, ma anche all’opacizzazione prodotta nel trentennio neoliberista sul governo delle città. Nella prima parte si tenterà dunque di mettere a fuoco non solo una dialettica di lunga durata tra le trasformazioni economiche e quelle urbane, ma soprattutto l’ambivalenza che finisce con il caratterizzare la città ai tempi del capitalismo che vede queste essere protagonista sia del dispiegamento dei processi di accumulazione, sia dei movimenti che a essa si oppongono. Successivamente, verranno invece individuate le linee di discontinuità prodotte dal neoliberismo sui contesti urbani, colpevole non solo di piegare le trasformazioni urbane verso una progressiva funzionalità nei confronti dei processi di valorizzazione, ma anche di aver imposto un nuovo sistema di governo che ha sottratto ai cittadini la possibilità di intervenire su questioni decisive per la loro vita. Una trasformazione che trova nel capitalismo delle piattaforme, caratterizzato da un atteggiamento di natura estrattiva, il suo apice, ma anche un punto di svolta nei confronti della neutralizzazione della resistenza imposta dal neoliberismo. È, infatti, in questo scenario che l’azione pubblica prende forma, trasformando le proprie forme rispetto al passato, e configurandosi come uno strumento concettuale fondamentale per poter rovesciare la logica della governamentalità neoliberista.

Trasformazioni economiche e trasformazioni urbane. Una storica dialettica

La questione dell’impatto delle trasformazioni economiche sulle città ha origine ben prima dell’avvento dello stesso capitalismo. Marc Bloch nei suoi Annales ci ricorda come già prima del medioevo le rivolte delle aristocrazie cittadine rappresentassero una delle maggiori sfide fronteggiate dall’esercito romano. È però nel medioevo che le città acquisiscono un’autonomia tale da consentire lo sviluppo delle prime economie urbane. Nonostante l’etichetta negativa di ‘età oscura’ che gli storici gli hanno attribuito, infatti, il medioevo è stato in realtà un periodo segnato da profonde innovazioni. In tutta Europa, i collegamenti vennero ripristinati, molti latifondi lottizzati, i contratti agrari stabilirono obblighi e diritti di locatori e locatari e persino i rapporti tra persone vennero chiarificati dalle prime forme regolative, in particolare per quanto riguarda il lavoro. Importanti innovazioni tecnologiche come il mulino, l’invenzione delle prime macchine idrauliche e un utilizzo sempre più diffuso degli animali in agricoltura, danno così vita ai primi inurbamenti, popolati principalmente da artigiani e mercanti che, protetti dalle mura della città, animano una fiorente economia urbana che ben presto porrà le basi per lo sviluppo capitalistico.

Sarà poi la nascita della manifattura industriale a trasformare non solo la forma delle città, ma anche la loro composizione. Con il capitalismo, le città si trovano a cambiare volto, allargando i propri margini, dando vita ai nuovi agglomerati delle manifatture, ma anche dando vita a nuove infrastrutture logistiche adatte ad accogliere le materie prime proveniente dalle colonie pronte per essere lavorate nelle nuove fabbriche. Così, di fianco al nuovo ceto borghese e al posto degli artigiani e dei mercanti, troviamo nelle città industriali milioni di individui che in tutta Europa dalle campagne si spostano nelle città industriali, non di rado costretti a pessime condizioni di vita e di lavoro. Le città diventano così il terreno nel quale si articolano le disuguaglianze prodotte dal capitalismo, che imporrà loro e al resto della società una precisa forma organizzativa funzionale ai suoi bisogni, ma anche il luogo nel quale prendono vita le prime forme di organizzazione del movimento operaio. Sarà, infatti, proprio il protagonismo del movimento operaio a sottrarre la questione delle condizioni di lavoro e di vita della nuova classe operaia dai tentativi di opacizzazione della borghesia, trasformandole così nella questione pubblica centrale del novecento. Di fianco al mutualismo e alla conflittualità sindacale, infatti, emergeranno le prime forme di una politica di massa, che, ancora prima che negli stati nazionali, troveranno la forza per riuscire a dar vita alle prime esperienze di governo proprio nelle città.

È dunque in questa ambivalenza che vede le città configurarsi da un lato come terreno sul quale si si dispiegano gli effetti dell’accumulazione capitalista, dall’altro come luogo in cui si addensa e si politicizza la resistenza degli attori urbani, che la città diviene paradigma delle tensioni prodotte dallo sviluppo del capitalismo. Un’ambivalenza che dura ancora oggi e che rappresenta un aspetto fondamentale per poter comprendere la posta in gioco delle trasformazioni più recenti.

Città globali e neoliberismo

La deindustralizzazione dell’ultimo trentennio ha comportato tutt’altro che la rimozione delle tensioni costitutive del capitalismo, ma ha finito con approfondire l’articolazione delle disuguaglianze. Come sottolinea il lavoro di Saskia Sassen, è nel quadro della globalizzazione che le città assumono una nuova centralità nel paradigma produttivo, trovandosi a fronteggiare trasformazioni che rendono i contesti urbani sempre più funzionali alle esigenze della produzione globale. Nello spazio urbano si trovano così a coesistere una molteplicità di nuove figure che vanno dai nuovi manager dell’indotto finanziario, fino alla forza lavoro migrante impegnata nei servizi a basso valore aggiunto, che, pur condividendo lo stesso spazio, vivono in condizioni materiali profondamente diseguali. Così, mentre da un lato la manifattura finisce per lasciare nel contesto urbano soltanto i servizi di pre e di post produzione, i servizi non solo accrescono i margini di valorizzazione, ma finiscono persino a cambiare natura. Capitale e tecnologia, due dei fattori tipici della produzione industriale, si trovano a caratterizzare sempre di più l’ambito dei servizi già prima dell’arrivo delle piattaforme digitali. Allo stesso modo, le logiche dell’outsourcing tipiche dell’industria, volte non solo a ridurre il costo del lavoro, ma a eludere nel complesso le responsabilità che la subordinazione riconosce ai datori di lavoro, si fanno largo come prassi delle nuove economie urbane. In altre parole, prende forma una nuova ‘convergenza’, quella tra il mondo dell’industria e quello dei servizi che conferisce alle città una nuova funzionalità economica con tutto ciò che ne consegue. L’industrializzazione del turismo è forse il più emblematico di questi processi, dove non solo esso si trova a fronteggiare una crescita quantitativa, ma anche una trasformazione qualitativa che si traduce in un’accelerazione dei processi di gentrificazione.

Tuttavia, le trasformazioni di questa fase non si limitano ai contesti urbani, né alle attività economiche che si svolgono in essi. Di fianco, infatti, vediamo prendere rapidamente vita anche un cambiamento delle stesse logiche di governo della città. Dai trasporti alla gestione dei rifiuti, dalla pianificazione urbana al lavoro di cura e ai servizi di welfare, il neoliberismo si fa largo nelle città come una nuova razionalità di governo volta a privatizzare la gestione delle infrastrutture centrali della città. Un processo che non solo comporta una nuova logica di gestione orientata al mercato, ma che finisce per spoliticizzare il dibattito sulla città, sottraendo alla discussione pubblica non solo il modo in cui tali servizi vengono gestiti, ma anche i suoi fini.

Obiettivo non secondario degli effetti della governamentalità neoliberista è proprio quello di minare l’ambivalenza che caratterizza la città all’interno dello scenario capitalista, neutralizzando il portato dei conflitti urbani attraverso una progressiva ‘tecnicizzazione’ della discussione pubblica. Più di una semplice teoria in grado di condizionare la condotta dei governanti, infatti, il neoiberismo riesce a sopravvivere alle sue critiche grazie alla capacità di condizionare anche la condotta dei governati. La costruzione di una nuova soggettività incardinata attorno all’immagine dell’imprenditore di sè stesso si fa largo anche nella vita urbana come una precisa forza morale in grado di sollecitare comportamenti funzionali alle esigenze del capitale. Un processo di natura culturale, ma essenziale a legittimare i principi della governamentalità neoliberista, e che nei contesti urbani finisce con il dar vita a una trasformazione antropologica della sua composizione oltre che della morfologia dei sui spazi.

L’ascesa delle piattaforme digitali

Forse non è un caso che alcune tra le più famose piattaforme digitali offrano servizi tipici dell’economia urbana informale, quale la consegna cibo, l’affitto di breve durata o il lavoro domestico. Attività una volta marginali, vengono sempre più portate al centro dei nuovi processi di valorizzazione, determinando una formalizzazione che però non corrisponde ad alcun beneficio per coloro che vi prestano la propria capacità produttiva. Più che essere il frutto di una ‘naturale’ evoluzione tecnologica consumatasi all’ombra della capacità regolativa, dunque, queste contraddizioni svelano l’articolarsi nella digitalizzazione di nuovi processi di accumulazione da parte del capitale sempre più orientati verso una sua torsione estrattiva.

Senza l’impatto delle politiche neoliberiste sulla società che, trasformando tanto le condizioni materiali degli individui, attraverso la privatizzazione dei servizi welfaristici, quanto la dimensione morale e soggettiva degli individui, finisce con il sollecitare un numero crescente di individui verso la ricerca dei lavoretti, le piattaforme digitali non sarebbero potute esplodere. È così che l’impatto del neoliberismo sulle città si trova a determinare non solo i presupposti normativi e sociali necessari all’emersione del capitalismo delle piattaforme, ma persino quelli di natura culturale. Senza tale pervasività le piattaforme non sarebbero in grado di mettere a valore l’intera rete di attori urbani, comprimendo i margini di autonomia degli attori economici tradizionali, come ad esempio i ristoratori, e articolando i processi estrattivi sull’intero contesto urbano. Emblematico in questo senso l’oscurantismo delle piattaforme nei confronti dei dati, vero e proprio petrolio della loro azione economica, che non solo impedisce di guardare nelle pieghe del loro sviluppo, ma che sottrae alla città una risorsa fondamentale per poter affrontare le sfide che oggi le vengono poste.

Tuttavia, come spesso accade, lo sviluppo del capitalismo finisce con il dispiegare anche le sue stesse contraddizioni. L’asimmetria tra la concentrazione di ricchezza – e di dati – messa in atto dalle piattaforme e la frammentazione a cui sono costretti i lavoratori, che continuano a trovarsi nelle medesime condizioni di insicurezza e di povertà che caratterizzano il lavoro informale, si traduce in una scintilla che fa esplodere la resistenza all’interno dei contesti urbani. Nuove alleanze tra lavoratori e attori urbani di natura formale e informale prendono piede come resistenza nei confronti di una torsione estrattiva che mette in discussione persino le stesse capacità riproduttive dei contesti urbani. Il caso di Airbnb e del suo impatto nei confronti della questione abitativa è forse il più emblematico di tali processi, dove a farne le spese non è soltanto chi presta lavoro nelle piattaforme, ma anche gli stessi potenziali abitanti, che vedono ridursi i margini di sopravvivenza nelle città protagoniste della valorizzazione digitale finendo con l’essere espulsi dai loro luoghi di residenza.

La resistenza alle piattaforme digitali e l’azione pubblica

L’esplosione della resistenza alle piattaforme digitali ha però messo a nudo anche la debolezza degli strumenti tradizionali delle amministrazioni. L’onda lunga degli effetti della razionalità neoliberista sembra infatti aver compromesso la possibilità per le istituzioni cittadine di riuscire a governare l’espansione di questi processi, producendo così un’eccedenza che fronteggia le questioni urbane ben fuori da tali margini. Gli strumenti a disposizione delle municipalità appaiono limitati perché ridotti a una mera amministrazione dell’ordinario che non gli consente di essere incisivi nei confronti di fenomeni, come il capitalismo delle piattaforme, profondamente radicati nelle trasformazioni economiche, politiche e sociali. Per quanto necessari nel poter immaginare una resistenza a tali processi, dunque, essi appaiono essere sempre meno il centro di un tale progetto.

Definiamo dunque azione pubblica tutti quei comportamenti messi in campo da attori urbani di natura formale e informale volti a rendere oggetto di dibattito pubblico quei processi confinati all’opacità della dimensione privata e del monopolio delle regole di mercato. Un contro movimento opposto a quello prodotto dal neoliberismo, che coinvolge sia un’attivazione dal basso che dall’altro, e che punta a moltiplicare i movimenti di resistenza, le occasioni di discorso pubblico e la pressione nei confronti degli stessi attori economici. Superando i margini stessi della digitalizzazione, l’azione pubblica trasforma lo stesso concetto di città, considerandola non più come un semplice agglomerato di persone, ma come una specifica soggettività politica chiamata a organizzarsi per sottrarre pezzi di città al dispiegarsi dei processi estrattivi.

Come mostrano i movimenti dei riders in tutta Europa, la città diviene così uno spazio simbolico da riempire non solo con rivendicazioni di natura sindacale, ma con un generale rifiuto nei confronti delle logiche della razionalità neoliberista. Senza percorrere seriamente la strada dell’azione pubblica, infatti, tali movimenti sarebbero stati confinati nei margini ristretti di una dialettica nei confronti del capitale organizzata proprio per neutralizzare ogni possibile conflittualità. È, infatti, la scelta di far esplodere il conflitto nei contesti urbani che consente al movimento dei rider di far riflettere sulla propria lotta condizioni di lavoro degradanti sempre più diffuse, sollecitando la solidarietà della città, ma anche un’azione pubblica delle istituzioni cittadine, come ad esempio nel caso della carta dei lavoratori digitali nel contesto urbano, firmata a Bologna lo scorso Maggio.

Allo stesso modo, le iniziative in molte città d’Europa nei confronti di Airbnb e degli effetti dell’industrializzazione del turismo rappresentano un altro interessante esperimento di ciò che qui intendo come azione pubblica. L’attivazione di campagne, in particolare nelle città più turistiche del sud Europa come Lisbona e Atene, mirate a coinvolgere gli stessi turisti attraverso l’esposizione di messaggi nelle mete cittadine più gettonate, non sono infatti altro che un tentativo di coinvolgerli all’interno dell’azione pubblica. Non a caso, i messaggi esposti sottolineano proprio il tema delle disuguaglianze salariali, della crescita dei costi di affitto, ma nominano anche l’asimmetria nei confronti di Airbnb, che diviene così l’oggetto verso cui rivolgere la propria indignazione.

Lontano dal restringere la posta in gioco dell’azione pubblica alle sole piattaforme, ma anche alla semplice attivazione dal basso – che spesso rischia di limitarsi a un orizzontalismo manchevole di una progettualità in grado di immaginare una trasformazione dell’esistente – l’azione pubblica viene qui proposta come un contro-movimento in grado di sfidare alla radice l’articolazione della governamentalità neoliberista. Si tratta dunque di moltiplicare questi tentativi, curare gli spazi di discussioni che essi aprono, prendere seriamente il piano della municipalità fino a reinventare gli strumenti di governo come strumenti di azione pubblica. Solo in questo modo è possibile immaginare non solo una resistenza nei confronti del capitalismo delle piattaforme, ma anche un rovesciamento nei confronti della direzione imposta dal neoliberismo sulle città.

Be the first to comment on "Città e azione pubblica al tempo delle piattaforme"

Leave a comment

Your email address will not be published.


*